COMUNE DI SANT’OLCESE : COME TOGLIERE IL TERRENO AD UNA FAMIGLIA CHE SI STA’ COSTRUENDO CASA

Come si fà?  Ecco come si fà a COMAGO di Sant’Olcese.

Semplicissimo, basta abitare nel comune di Sant’olcese e tutto questo può diventare realtà. Cosa credevate, non è una legge ma è una ottima invenzione della amministrazione pubblica, una nuova trovata per fare speculazione nel territorio comunale.Ora vi spiego come fanno: tanto per cominciare vi dovrete trovare un lotto di circa un ettaro (10.000 mq) Chiamate un tecnico di vs scelta, io per esempio ho chiamato un architetto che mi ha progetto una bella casetta per la mia famiglia, il tecnico comunale aiuta l’architetto a non sbagliare e vi faranno modificare questo progetto almeno 2 o 3 volte fino a che il tecnico comunale sarà soddisfatto in base al piano regolatore cosa chiede.Mi raccomando nel mio caso il terreno che ho acquistato è di categoria CE cioè C stà per edificabile ed E per agricolo, ovviamente dovete fare molta attenzione ai vicini se per caso ce ne fosse uno agricoltore se terreno agricolo il venditore deve dar loro la prelazione al compromesso ma nel caso il terreno fosse edificabile non vi è prelazione come da legge.Una volta che il comune vi ha approvato il progetto e voi avete pagato gli oneri non correte più il rischio di prelazione o almeno questo è quello che si crede anche perchè la legge dice che un terreno ediifcabile non è espropiabile non è prelazionabile e neanche usocabile in quanto si tratterebbe di speculazione edilizia.Fate l’atto e potete anche pagare tutto, terreno, notaio, architetto, oneri di urbanizzazione e dovete aspettare ancora fino a che il comune vi rilasci il permesso di costruire.Nel mio caso in quanto piccolo artigiano edile ed agricolo mi sono nel frattempo preparato tutto, ho portato il mio trattore il mio escavatore e un pò di attrezzatura per pulire il terreno infestato da anni di abbandono. A questo punto chiedo alla comunità montana il permesso per fare una strada al interno del mio terreno e mi viene concesso così mi recinto posando pali di castagno su tutto il confine, chiedo alla azienda dell’acqua una bocchetta e poso circa 200 ml di tubature e mi preparo già che ci sono anche l’attraversamento stradale posando tubi per la fognatura e le acque bianche e le idriche con il permesso di attraversamento della strada al comune.OK. non mi rimane altro ora che avere il permesso a costruire che ho pagato e mi reco dal tecnico comunale che mi risponde che è già pronto sul tavolo e me lo spedisce in settimana,sono a posto, in settimana scavo per fare le basi mi convinco. Attendo un mese e invece che arrivare il permesso pagato arriva una raccomandata con scritto che vi è un errore nella tavola degli elementi.( per me è arabo) Mi reco in comune ed il sindaco mi risponde:

Il tuo tecnico ha preso il tecnico del comune sotto braccio , gli ha fatto firmare il progetto e hanno truffato il comune, sai come fanno, mi dice ancora…

L’assessore all urbanistica mi dice vai a farti un TAR cercati un avvocato. Il Tar mi condanna “scrivendo che la strada interrompe il lotto minimo edificabile” a pagare le spese legali al comune. Questa strada il comune non la ha mai espropiata mai accatastata nel certificato di destinazione urbanistica non è neppure menzionata e io ho acquistato il terreno per intero tramite atto notarile . A questo punto io mi trovo con un pugno di mosche in mano e ho speso 150mila €, chiedo appello al consiglio di stato. Dopo 4 mesi mi arriva una raccomandata da l’avvocato di un vicino che chiede prelazione agraria anche se al momento del compromesso non aveva ancora ereditato il terreno limitrofo e non era neppure iscritto alla agricoltura. Questo vicino ha ereditato circa 22mila mq di terreno dove suo padre vi aveva piantato circa 2mila mq di vigneto e ora chiedeva al venditore danni per 252mila €. per mancata prelazione agraria.AL processo per la prelazione si presenta con la condanna dal Tar fa a me insinuando che la mia terra non fosse edificabile ma bensì solamente agricola il giudice incarica un CTU agricolo la Regione Liguria ed il comune a testimoniare. Il CTU scrive che codesto vicino è un abile agricoltore che la mia terra è solamente agricola e mai e poi mai sarà edificabile nella vita, la regione scrive che è edificabile mentre il comune scrive che i terreni con indice edificatorio : 0.001, 0002, e 0.003 sono agricoli in quanto terreno di categoria E quel luogo è una strenua della zona parco del diamante.(ma da quando COMAGO è parco del diamante? non lo è mai stato è pura invenzione) e il mio terreno non è di categoria E ma bensì CE la C viene prima della E

e la C stà per edificabile quindi non è soggetto a nessuna prelazione anche perche ne era soggetto ad edificazione in quanto abbiamo pagato anche gli oneri di urbanizzazione richiesti dal comune e mai risarciti.

Così io ed il venditore veniamo condannati a pagare oltre 23mila € di spese legali, il tizio ha diritto a prelazione sulla mia terra, il venditore gli deve pagare tutti i danni e io ci devo perdere tutti i soldi delle spese fatte…. e tutto questo senza rientrare in speculazione edilizia…..

BRAVO COMUNE DI SANT’OLCESE !!!!

Ma io mi appello anche questa volta, possibile che dopo 2 anni non si è mai fatto questo benedetto consiglio di stato? Una persona non iscritta alla agricoltura toglie così la terra acquistata da un agricoltore? Ma il comune non è respondabile di nulla propio nulla? Se non mi avessero approvato il progetto io non avrei acquistato e non sarebbe mai successo nulla, ci ho perso troppo per una porcata politica. Mi hanno distrutto il trattore, mi hanno distrutto lo escavatore, mi hanno demolito il progetto della casa , mi hanno tolto il terreno, mi hanno condannato a pagare tante spese legali e non solo mi hanno querelato perchè li mando a.. un paese lontano lontano e sono pure indagato….bella roba ma chi li ha votati a questi?

L’art. 30 del Testo Unico devolve al dirigente o al responsabile del competente ufficio comunale il compito di rilasciare il certificato di destinazione urbanistica. Con l’entrata in vigore del Testo Unico, insomma, la querelle non avrà più ragione di esistere, atteso che il dettato della norma non lascia più dubbi in ordine alla competenza al rilascio. Il Sindaco, insomma, sarà incompetente al rilascio del medesimo.

mi hanno fatto indagare per chiudermi la bocca
indagato per nulla
in questo modo io essendo indagato nessuno ti pubblicherà mai nulla
in quanto c’è la procura che stà indagando
pensa a dove sono arrivati
mi hanno querelato per pararsi il culo

il mio avvocato non ha voluto neppure che io pagassi per togliermi stà cazzata
mi ha detto nono lasciali indagare
non hanno nulla in mano
e quando siamo andati gli ha parlato in latino
excusatio non petita ,accusatio manifesta
«scusa non richiesta, (accusa manifesta)»; cioè: chi si scusa non
avendone necessità, si accusa di qualcosa che ha commesso e che
vorrebbe non far conoscere. Di solito è usata solo la prima parte
dell’aforisma, lasciando in sospeso la seconda.

non avendo fatto nomi, ma solo generico
perchè questi due si sono fatti avanti?
cosi gli ha detto
io ho scritto che questa amministrazione pubblica è incompetente
e proprio i due che mi hanno creato il casino mi hanno querelato
il sindaco e l’assessore alla urbanistica

io gli ho riportato il codice di legge amministrativa che riporta propio
questo genere di questioni

L’art. 30 del Testo Unico devolve al dirigente o al responsabile del
competente ufficio comunale il
compito di rilasciare il certificato di destinazione urbanistica. Con
l’entrata in vigore del Testo Unico, insomma, la querelle non avrà più
ragione di esistere, atteso che il dettato della norma non lascia più
dubbi in ordine alla competenza al rilascio. Il Sindaco, insomma, sarà
incompetente al rilascio del medesimo.

nel mio certificato c’è scritto che non vi è la strada in questione e
che io ho comperato il terreno per intero senza strada , inoltre vi è
scritto che la mia terra è edificabile
loro mi hanno fermato propio apposta i lavori
resosi conto che la strada era abusivamente posta sul mio terreno
mai è stato fatto un espropio
e al catasto non risulta e non esiste neppure nel certificato di destinazione urbanistica

la quale invece parla di una stradina a monte della stessa che èla strada unica ed originale del comune, un passo pedonale
quindi hanno deciso di togliermi il terreno tramite una truffa

hanno giurato in tribunale che il mio terreno non è edificabie e mai
lo sarà perchè è solamente agricolo ed una sorta di parco del diamante
è falso
quindi siccome è edificabile da piano regolatore è speculazione edilizia

con il falso fanno queste cose

e la incapacità del ctu che ha riportato le note del comune false?

dovreste leggere quante cazzate a scritto questo personaggio, tutte false
inoltre il giudice non doveva neppure accettare la prelazione in quanto
il mio terreno era soggetto ad edificazione
un terreno edificabile non è prelazionabile
tutta una truffa e si sono dati tanto da fare per creare il falso
chi?
quei due che mi hanno querelato
ma
il giuramento lo ha fatto la nuova giunta
la prima ha creato il casino nel 2012
la seconda ha giurato il falso nel 2015

 

 

-LA RESPONSABILITÀ CIVILE E LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVO CONTABILE.

Di estremo interesse si configura il tema della responsabilità civile in considerazione delle recenti innovazioni in materia di risarcibilità dei danni subìti dal privato da parte della Pubblica Amministrazione, introdotte dapprima dalla fondamentale sentenza della Corte di Cassazione n. 500/1999, che ha, in estrema sintesi, riconosciuto la possibilità di risarcire la lesione degli interessi legittimi, e quindi dalla L. 21 luglio 2000, n. 205 (“Disposizioni in materia di giustizia amministrativa”), la quale ha esplicitamente affermato che “Il tribunale amministrativo regionale, nell’ambito della sua giurisdizione, conosce anche di tutte le questioni relative all’eventuale risarcimento del danno, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, e agli altri diritti patrimoniali consequenziali” (art. 7, co. 4).

Ciò che preme sottolineare è come la giurisprudenza e soprattutto la legge citata abbiano potenzialmente ampliato in misura assai considerevole i casi in cui l’Amministrazione (e quindi, in base alla previsione dell’art. 28 della Costituzione, gli stessi funzionari e dipendenti dello Stato e degli enti pubblici possono essere chiamati a rispondere civilmente ex art. 2043 c.c. delle loro azioni o omissioni illegittime, compiute con dolo o per colpa).

La risarcibilità della lesione di interessi legittimi è peraltro subordinata – in estrema sintesi – alla sussistenza di determinati presupposti, quali:

a) l’illegittimità dell’atto o dell’inerzia dell’Amministrazione.

T.A.R. Toscana, Sez. III, 27.10.2000 n. 2212 ha affermato la necessità del previo annullamento dell’atto, essendo il portato della sentenza n. 500/99, laddove fa venir meno la c.d. pregiudizialità amministrativa, da circoscriversi ai giudizi innanzi all’A.G.O., che può limitarsi a disapplicare l’atto;

b) la lesione effettiva del bene della vita;

già la citata sentenza della Cassazione aveva puntualizzato che “potrà pervenirsi al risarcimento degli interessi legittimi solo se l’attività illegittima della P.A. abbia determinato la lesione dell’interesse al bene della vita al quale l’interesse legittimo… effettivamente si collega e che risulta meritevole di protezione alla stregua dell’ordinamento”.

Si è peraltro osservato che un’eventuale annullamento dell’atto impugnato per “vizi istruttori e motivazionali… che di per sé impongono solo all’Amministrazione di riesaminare la vicenda nel suo naturale ambito decisionale, nel rispetto delle normae agendi dettate dalla pronuncia” (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. I, 22.06.2000, n. 2408, comporti il rigetto della domanda risarcitoria.

Si può però obiettare che, anche in queste ipotesi sussiste la possibilità di un risarcimento del danno, fosse solo il danno da ritardo o quel particolare danno che qualcuno qualifica come “esistenziale”, e che consiste nel dispendio di tempo ed energie necessarie per le proprie difese (cfr. la recente pronuncia del Giudice di Pace di Bologna, 08.02.2001, Giud. Camerani, commentata recentemente su “Danno e responsabilità”, 10/2001, p. 981)

c) l’imputabilità della condotta dannosa alla P.A..

Sembrerebbe cioè che debba essere valutata la colpa non del singolo funzionario, ma della P.A. come apparato, “configurabile nel caso in cui l’adozione e l’esecuzione dell’atto illegittimo… sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione” (così T.A.R. Calabria, Catanzaro, Sez. I, 29.06.2000, n. 891).

La giurisprudenza ha peraltro affermato che l’azione di risarcimento può essere proposta unicamente nei confronti dell’Amministrazione, e non già dei singoli funzionari responsabili (T.A.R. Friuli V.G., n. 903/1999; T.A.R. Veneto, Sez. II, 11.04.2000, n. 904); al tempo stesso ha però ammesso l’intervento ad opponendum dei singoli funzionari, poiché possibili destinatari di un’eventuale azione di rivalsa della P.A., in caso di sua soccombenza (ancora T.A.R. Friuli V.G., n. 903/1999).

Per una più dettagliata analisi di questa responsabilità si rinvia ai paragrafi seguenti.


In sintesi (ma ogni conclusione appare prematura) la PA dovrebbe essere chiamata a risarcire il danno quando in base ad un giudizio “prognostico” è prevedibile che il ricorrente avrebbe ottenuto il “bene della vita a cui aspirava” e illegittimamente negato. Non dovrebbero trovare tutela, viceversa, le mere “aspettative”.


  1. LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVO – CONTABILE

In conseguenza dell’aumento dei casi in cui l’Amministrazione può essere chiamata a rispondere dei danni cagionati al privato, è presumibile altresì l’aumento delle ipotesi in cui il dipendente “colpevole” di aver posto in essere in prima persona l’illecita condotta attiva o omissiva venga chiamato a rispondere dei danni causati all’Amministrazione, con dolo o colpa grave.

Non si intende in questa Sede affrontare il (complesso) tema della responsabilità amministrativo – contabile, ma ci si limita ad un solo aspetto, e cioè quello relativo alla legittimità di polizze assicurative che coprano detta responsabilità.

La Corte dei Conti ( Sez. giur. Friuli Venezia Giulia, 19.10.2000 n. 489/E.L.) ha peraltro già avuto modo di intervenire sul tema, precisando che “il contratto colletitivo nazionale di lavoro dei dirigenti del Comune là dove, all’art. 7, prevede che l’Ente locale possa assicurare i dirigenti dal rischio di responsabilità civile per i danni causati a terzi in conseguenza di fatti e atti connessi all’espletamento del servizio, è applicabile anche ai responsabili dei servizi appartenenti ad altre carriere, ove su questi comunque gravi la gestione dell’ente; per contro, costituisce danno erariale la spesa per il pagamento dei premi iuna polizza che miri a coprire i dipendenti dal rischio di una responsabilità amministrativa per danni provocati nei confronti dello stesso Comune.”

Verrebbe difatti elusa in tal modo la finalità della responsabilità che pone a carico del singolo una sanzione di natura pecuniaria che, nel caso in cui la stessa Amministrazione paghi l’assicurazione, graverebbe sullo stesso Ente che è il soggetto leso.

Sotto il profilo giuridico, un simile contratto di assicurazione, ove stipulato dal dipendente, sarebbe peraltro nullo (art. 1428 c.c.) perché frutto di una causa illecita in quanto contraria all’ordine pubblico (art. 1346 c.c.), mirando a sottrarre il funzionario alle conseguenze tipiche della sua violazione del dovere funzionale; ove invece assunta dalla stessa Amministrazione di appartenenza, comporterebbe la nullità del contratto sotto l’ulteriore profilo dell’illecita distrazione di pubbliche risorse.

RISARCIMENTO DEL DANNO IN MATERIA DI EDILIZIA

  1. L’evoluzione normativa e giurisprudenziale.

Edilizia ed urbanistica sono il banco di prova per i principi affermati dalla sentenza n. 500/99 e per gli artt. 33-35 D.lgs. 80/98, di modifica al criterio di riparto della giurisdizione con estensione della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. Tale giurisdizione ha accresciuti i poteri, comprensivi del risarcimento del danno ingiusto, attuabile attraverso meccanismi forfetari e di reintegrazione in forma specifica. Il tutto genera nuovi equilibri nei rapporti tra privato e PA, improntati – dopo la condanna – a spirito di collaborazione ed all’accordo degli interessati.

Sul danno da ritardo, l’esigenza di contenere entro tempi certi e predefiniti la conclusione del procedimento deriva dalle riforme del 1990, in particolare, dalla L. 241/90, che ha stabilito in via generale il termine di 30 giorni per ottenere una pronuncia a conclusione del procedimento amministrativo. Già all’indomani dell’agosto 1990 vi sono stati tentativi di introdurre casi limitati di risarcimento del danno da ritardo nel rilascio della concessione edilizia, assoggettando il responsabile del procedimento ed il soggetto competente per l’adozione del provvedimento finale alla responsabilità per i danni derivanti dall’inadempimento (art. 4 D.L. 493/93; D.L. 25/94, non convertito, ma con effetti fatti salvi dall’art. 2 L. 662/96).

Un ulteriore passo nella direzione della tutela risarcitoria è stato compiuto con la L. 59/97, che ha delegato il Governo ad emanare uno o più decreti legislativi diretti a riordinare e potenziare i meccanismi e gli strumenti di monitoraggio e di valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell’attività svolta dalla PA. Nell’attuazione di tale delega il Governo deve prevedere, per i casi di mancato rispetto del termine del procedimento, di ritardo o di mancata adozione del provvedimento, di ritardato o incompleto assolvimento degli obblighi e delle prestazioni da parte della PA, forme di indennizzo automatico e forfetario a favore dei richiedenti. L’inerzia dell’amministrazione genera l’obbligo di corrispondere l’indennizzo.

La delega è attuata nell’art. 11 comma 2 D.lgs. 286/99 che, in materia di qualità dei servizi pubblici, prevede i casi e le modalità di indennizzo automatico e forfetario dell’utenza per mancato rispetto degli standard di qualità stabiliti con direttive del Presidente del Consiglio dei Ministri. Si noti comunque che tale meccanismo indennitario è svincolato dall’accertamento della colpa nel soggetto pubblico, in quanto opera in via automatica, sulla base dei presupposti indicati dalla norma.

L’ampliamento della tutela, estesa alla risarcibilità degli interessi legittimi, impone dunque all’amministrazione di attrezzarsi in modo da dare risposte conformi alla legge e tempestive, altrimenti vi e’ spazio per le richieste risarcitorie dei cittadini, con pesanti ripercussioni sulle finanze pubbliche e sulla responsabilità dei dirigenti.

Il disegno ricostruttivo delineato costituisce la trama essenziale di passaggi preordinati alla fissazione di un nuovo punto di equilibrio nei rapporti tra cittadino e PA.

Chi chiede un provvedimento amministrativo, in particolare nell’edilizia, conta su cadenze cronologiche predefinite nel rilascio e può quindi fare affidamento su una risposta in tempi certi. Le norme precedenti scandivano i tempi dell’adozione dei provvedimenti conducendo, in caso di inerzia, ad un silenzio – rifiuto, avverso il quale il cittadino poteva opporsi in via giudiziaria con poche speranze. Basti pensare che un’eventuale sentenza di annullamento del silenzio non consentiva alcuna retrodatazione degli effetti, ne’ vi era risarcimento dei danni.

Con il progredire delle ipotesi di silenzio-assenso, il quadro e’ cambiato sia perchè l’amministrazione rilascia provvedimenti col semplice decorso del termine assegnatole, sia perchè in caso di ritardo eccessivo si genera un risarcimento danni.

I tempi dei provvedimenti furono calcolati dalla L. 241/1990 in funzione di un’attività amministrativa efficiente ma non ancora soggetta al risarcimento danni.

Ora, invece, alla luce della nuova normativa e dell’orientamento favorevole della Cassazione, la scadenza dei termini posti per l’adozione dei provvedimenti edilizi acquista un preciso significato che è valutato dal giudice, cui viene sottoposta la relativa questione da parte del cittadino che chiede il risarcimento del danno da ritardo.

Quando si cadenzò l’attività dell’amministrazione sulla base di periodi di 30 giorni (L. 241/1990), non si pensava che questo sistema potesse, a sua volta, costituire il fondamento di una responsabilità risarcitoria.

Infatti, già all’indomani della L. 241/1990 fu emanata una circolare del Ministero della Funzione Pubblica (4.12.1990 n. 58245/7464), che diminuiva il rilievo dell’importanza della violazione dell’obbligo di provvedere entro 30 giorni, introducendo elementi di elasticità nella valutazione quali il carico di lavoro, l’esistenza di particolari difficoltà nell’esame della pratica, l’esigenza di acquisire pareri amministrativi o tecnici, la necessità di accertamenti. Tutto ciò poteva condurre ad una diluizione dei termini per provvedere, ben oltre i trenta giorni previsti in generale.

Oggi, che si discute di risarcimento danni, questi temperamenti sono stati trascurati, specialmente dai giudici, i quali fanno decorrere il risarcimento danni già dal primo momento successivo alla scadenza del termine per provvedere.

Tutto ciò favorisce i cittadini, in particolare, coloro che richiedono provvedimenti edilizi per esercitare un’attività economica (imprese edili, commercianti ecc.); contemporaneamente tutto ciò minaccia fortemente l’attività dei funzionari cui incombe l’onere di provvedere entro termini certi e comunque assai ridotti.

Va aggiunto che all’indomani della quantificazione dei danni subiti dal cittadino e che l’amministrazione deve risarcire, si affaccia un’ulteriore presenza giudiziaria cioè quella della Corte dei conti, cui spetta la quantificazione del danno da addossare al singolo dipendente dopo che il giudice (oggi amministrativo) ha determinato l’entità del risarcimento. Accade infatti che il giudice condanna genericamente l’amministrazione a risarcire il danno, senza individuare alcun funzionario responsabile. In un secondo momento è l’Amministrazione, all’esito di un accertamento ispettivo interno, ad individuare il soggetto su cui far ricadere la responsabilità, esigendo gli importi che l’Amministrazione e’ stata condannata a pagare al cittadino. La soccombenza nel giudizio di risarcimento dei danni comporta quindi l’avvio di procedure per l’accertamento della responsabilità erariale avanti la Corte dei conti, che viene riconosciuta in capo al soggetto agente solo in caso di dolo o colpa grave.

A tal proposito, sul piano dei reciproci rapporti, il giudizio civile ed il giudizio contabile presentano due peculiarità.

Innanzitutto, l’accertamento della responsabilità amministrativa davanti al giudice contabile e’ fortemente condizionato dagli elementi acquisiti nel corso del giudizio civile (cui il funzionario non partecipa), costringendo in tal modo il funzionario a difendersi da addebiti contestati sulla base di documentazione acquisita in un procedimento nei confronti della propria amministrazione cui egli era rimasto estraneo, a meno che non fosse intervenuto volontariamente nella lite iniziata dal privato.

In secondo luogo, il dirigente risponderà solo a titolo di dolo e colpa grave, con esenzione da responsabilità in caso di colpa lieve e, in ogni caso, resta fermo il potere di riduzione, nonchè la necessità di tenere conto dei vantaggi comunque conseguiti dall’amministrazione o dai cittadini, in relazione al comportamento dei dipendenti sottoposti a giudizio di responsabilità.

Possono poi darsi casi in cui alla condanna dell’amministrazione a risarcire il terzo non corrisponda una situazione effettivamente dannosa suscettibile di dar luogo ad azione di responsabilità da parte della locale procura presso la Corte dei conti, qualora sia derivato un vantaggio alla collettività o all’ente.

L’attuale sistema di responsabilità solo in caso di dolo o colpa grave innanzi al giudice contabile determina una sorta di esenzione da responsabilità di coloro che agiscono per l’amministrazione, lasciando a carico di quest’ultima la parte di provvedimenti dannosi dovuti a colpa semplice.

  1. Un po’ di storia: la svolta delle Sezioni Unite.

La storica sentenza SS.UU., 22.7.99, n. 500, ha sovvertito la regola, sostenuta in via pretoria, della irrisarcibilità dell’interesse legittimo; irrisarcibilità fondata sull’assiomatico assunto dell’inapplicabilità della normativa contenuta nell’art. 2043 alle ipotesi di lesione di interessi legittimi.
Oltre a non trovare alcuna giustificazione positiva (l’art. 2043, infatti, riguarda testualmente il “danno ingiusto” e non la lesione del solo diritto soggettivo, come si è sostenuto per decenni), l’assunto in esame rivela tutta la sua contraddittorietà allorquando, a ben guardare, si nota che quella stessa giurisprudenza che sosteneva l’irrisarcibilità dell’interesse legittimo, in alcuni casi ne ammetteva invece il ristoro, surrettiziamente avvalendosi dell’istituto dell'”affievolimento del diritto”: si ammetteva, cioè, il risarcimento dell’interesse legittimo oppositivo, asserendosi che l’atto amministrativo aveva illegittimamente leso una situazione giuridica soggettiva che da situazione di diritto soggettivo era degradata (o si era affievolita) in situazione di interesse legittimo a causa del provvedimento della P.A., per poi riespandersi in situazione di diritto (come tale, risarcibile) a seguito della pronuncia di annullamento da parte del G.A..
La citata sentenza SS.UU. 500/99, sovvertendo la regola dell’irrisarcibilità della lesione all’interesse legittimo, ha recepito un orientamento che, dapprima solo espressione dell’elaborazione dottrinale più illuminata, era stato successivamente accolto dallo stesso Legislatore nazionale, che con il D.Lgs. 80/98, aveva (prima della dichiarazione di incostituzionalità, per eccesso di delega) previsto, per la prima volta, la risarcibilità dell’interesse legittimo leso, nei (soli) campi dell’edilizia, dell’urbanistica e dei servizi pubblici, su cui si sanciva la giurisdizione esclusiva del G.A. (art. 35, D.Lgs. 31.3.98, n. 80).
A seguito della dichiarazione di incostituzionalità della normativa or ora citata, il legislatore nazionale confermava il suo netto orientamento nel senso del riconoscimento della risarcibilità degli interessi legittimi. La legge 10.8.2000, n. 205, ampliando infatti i poteri del G.A., disponeva la possibilità per questo di disporre il risarcimento della lesione all’interesse legittimo, non solo nelle materie di cui al citato D.Lgs. 80/98, ma in tutte le materie rientranti nella giurisdizione (anche di mera legittimità) del G.A..
Sulla base, dunque, delle citate pressioni dottrinali e legislative, la giurisprudenza ha dovuto “cedere”, abbandonando il precedente granitico orientamento.
La sentenza delle SS.UU. 500/99 è stata immediatamente seguita dalla giurisprudenza successiva, in un trend che ormai ammette costantemente la risarcibilità della lesione arrecata all’interesse legittimo.

Caratteri e presupposti della responsabilità della P.A. e risarcimento del danno da essa arrecato.

Con la sentenza 500/99, la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui, in caso di domanda risarcitoria ex art. 2043 c.c. nei confronti della P.A. per illegittimo esercizio della funzione pubblica, il risarcimento del danno è subordinato alla verifica dei seguenti elementi:
1)l’evento dannoso;
2) il danno ingiusto (ossia non previsto né giustificato dalla legge);
3) il nesso di causalità tra la condotta (attiva od omissiva) dell’Amministrazione e l’evento dannoso;
4) l’imputabilità dell’evento dannoso al dolo o alla colpa dell’Amministrazione.

Su quest’ultimo punto, peraltro, le SS.UU. precisano che la sussistenza della colpa non è configurabile per il solo fatto che la P.A. ha emanato un atto illegittimo (come avveniva secondo la giurisprudenza precedente, la quale elaborò l’istituto della colpa cd in re ipsa, configurabile sic et sempliciter nell’esecuzione volontaria, da parte di una P.A., di un atto amministrativo illegittimo).

Per quanto concerne il concetto dell'”evento dannoso”, l’orientamento della Suprema Corte (condiviso peraltro dalla dottrina prevalente) sembra sostenere la necessità, ai fini del risarcimento, di un danno patrimoniale derivante dalla lesione dell’interesse legittimo (si cfr. anche C.S., IV Sez., 14.06.01, n. 3169, punto XIV della motivazione).
Per quanto concerne il danno non patrimoniale, è noto che nel processo civile risulta risarcibile nella sola ipotesi in cui la condotta lesiva integri una fattispecie di reato (si cfr. art. 2059 c.c.).
L’orientamento prevalente tende a ritenere che, mutatis mutandis, anche nel processo amministrativo la risarcibilità del danno non patrimoniale risulti subordinata al fatto che la condotta lesiva della P.A. integri una condotta penalmente perseguita.

Per ciò che concerne invece il “danno ingiusto”, trattasi del danno arrecato “non iure”, ossia del danno non previsto né giustificato da alcuna norma dell’Ordinamento giuridico.
In passato, invece, si affermava che il danno ingiusto era quello commesso non solo “non iure” ma anche “contra ius” (contro il diritto soggettivo), ossia il danno arrecato al (solo) diritto soggettivo.
Con il superamento, dunque, della teoria dell’irrisarcibilità dell’interesse legittimo, il danno ingiusto è oggi sic et sempliciter il danno arrecato (solo) “non iure” (e non anche “contra ius”).

Per quanto riguarda il “nesso di causalità”, esso consiste nel collegamento diretto tra la condotta della P.A. e la lesione arrecata all’interesse legittimo.
L’orientamento prevalente sostiene inoltre l’applicabilità, a tale concetto, delle teorie al riguardo elaborate in ambito civilistico.

La questione dell'”elemento soggettivo”, infine, ha comportato (e tuttora comporta) cruenti scontri in dottrina ed in giurisprudenza.
In prevalenza si sostiene la teoria secondo cui la lesione dell’interesse legittimo è condizione necessaria ma non sufficiente per il risarcimento, ai fini del quale è necessaria anche la sussistenza dell’elemento soggettivo dell’agente (si cfr. C.S., Sez. IV, 14.06.01, 3169; n. 3, ultima parte, motivazione C.S. Sez. IV, 1.2.01, n. 396; T.A.R. Lazio-Roma, Sez. II, 13.12.00, n. 11922; T.A.R. Molise-Campobasso, 15.11.00, n. 517; T.A.R. Campania-Napoli, 10.11.00, n. 4171; T.A.R. Lombardia-Milano, 06.11.00, n. 6258; T.A.R. Toscana-Firenze, 27.10.00, n. 2212; T.A.R. Campania-Salerno, 06.10.00, n. 657; T.A.R. Piemonte, Sez. II, 5.10.00, n. 1014; T.A.R. Sicilia – Catania, 12.8.00, n. 1559; T.A.R. Puglia – Lecce, Sez. I, 7.7.00, n. 3140; T.A.R. Lazio-Roma, Sez. III, 14.4.00, n. 3065; T.A.R. Veneto, Sez. II, 20.3.00, n. 861; T.A.R. Sardegna-Cagliari, 23.02.00, n. 171).
In altri termini, va detto che la tendenza prevalente, sia in dottrina che in giurisprudenza, è quella di ritenere assolutamente indefettibile, ai fini del risarcimento, la sussistenza del dolo o, se non altro, della colpa non del singolo soggetto-agente, bensì della P.A. intesa come apparato (si cfr. anche T.A.R. Molise-Campobasso, 15.11.00, n. 517; T.A.R. Veneto-Venezia, 06.11.00, n. 2021 e 28.03.00, n. 861).
Si precisa, da parte della Suprema Corte, che il Giudice di merito, nel valutare la sussistenza dell’elemento soggettivo, non deve fermarsi alla illegittimità del provvedimento, ma deve estendere la sua indagine alla “colpa”, non da parte del funzionario agente-concreto, bensì da parte dell’Amministrazione intesa come Apparato. Colpa che sarà configurabile “nel caso in cui l’adozione e l’esecuzione dell’atto illegittimo…sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione alle quali l’esercizio della funzione amministrativa deve ispirarsi…” (CASS., SS.UU. cit.).
Con la sentenza 500/99 (in questo, peraltro, confermata da CASS., I Sez. civ., 8.2.00, n. 1369), la Suprema Corte ha sovvertito l’orientamento citato e ha affermato che “l’imputazione non potrà quindi più avvenire sulla base del mero dato obiettivo della illegittimità dell’azione amministrativa, ma il Giudice dovrà svolgere una più penetrante indagine, non limitata al solo accertamento dell’illegittimità del provvedimento in relazione alla normativa ad esso applicabile, bensì estesa anche alla valutazione della colpa, non del funzionario agente, ma della P.A. intesa come apparato, che sarà configurabile nel caso in cui l’adozione dell’atto illegittimo sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione, alle quali l’esercizio della funzione amministrativa deve ispirarsi e che il Giudice ordinario può valutare, in quanto si pongono come limiti esterni alla discrezionalità” (CASS., SS.UU. cit.).
Può, in altri termini, dirsi che la CASS. ha rigettato il precedente orientamento che sosteneva l’equazione “illegittimità dell’atto amministrativo lesivo = colpa dalla P.A.”, per sostenere invece la necessità di una specifica indagine sulla colpa (o il dolo) della P.A..
A) Per ciò che concerne il dolo, è ovvio che si tratta di uno stato psicologico riferibile non direttamente all’Amministrazione (come Apparato), bensì al singolo funzionario agente.
Nelle ipotesi di dolo, l’Amministrazione è solidalmente responsabile della condotta dei suoi agenti, in virtù del rapporto di immedesimazione organica che intercorre tra la P.A. datrice di lavoro e il singolo funzionario dipendente; rapporto in virtù del quale gli atti confezionati dai dipendenti pubblici vengono imputati direttamente alla P.A..
La dottrina e la giurisprudenza (v, ex multis, CASS., 26.6.98, n. 6334) tendono però a sostenere l’interruzione di tale rapporto di immedesimazione e la conseguente esclusione della responsabilità solidale della P.A., nei casi in cui la condotta dolosa dell’agente non è legata né da nesso di causalità, né da nesso di mera “occasionalità necessaria” con l’attività amministrativa. Ciò accade allorquando:
– non sussiste nessuna correlazione tra la condotta dell’agente concreto e l’attività amministrativa di sua competenza, dal momento che tale condotta non solo non è stata posta in essere “a causa” dell’esercizio delle funzioni amministrative, ma non è stata eseguita nemmeno “in occasione” dell’esercizio delle stesse;
– l’agente è mosso da un fine strettamente personale ed egoistico del tutto estraneo all’Amministrazione.
B) Quanto alla colpa, invece, sarà configurabile – come già si diceva – nei casi di violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione, alle quali l’esercizio della funzione pubblica deve ispirarsi e non potrà ritenersi sussistente in re ipsa, ossia per il solo fatto della illegittimità del provvedimento amministrativo lesivo (come sosteneva la giurisprudenza del passato: v, al riguardo, CASS., 884/61; 814/67; 16/78; 5361/84; 32/39/94; 6542/95).
La colpa della P.A. risulta configurabile quando l’illegittimità dell’atto lesivo scaturisce da disfunzioni amministrative dovute a carenze organizzative e di funzionamento e, più in generale, ogniqualvolta si dovesse verificare la violazione delle regole dell’imparzialità, della correttezza e della buona amministrazione (si cfr. CASS, Sez. I, 8.2.00, n. 1369; T.A.R. Lazio-Roma, Sez. II, 13.12.00, n. 11922; T.A.R. Molise-Campobasso, 15.11.00, n. 517; T.A.R. Campania-Napoli, 10.11.00, n. 4171).
Si è inoltre osservato, da parte del G.A., la necessità di accogliere un concetto di colpa “che tenga conto dei vizi che inficiano il provvedimento ed, in linea con le indicazioni della giurisprudenza comunitaria, della gravità della violazione commessa dall’Amministrazione, anche alla luce dell’ampiezza delle valutazioni discrezionali rimesse all’organo, dei precedenti della giurisprudenza, delle condizioni concrete e dell’apporto eventualmente dato dai privati nel procedimento (v. Corte Giustizia CE, 5 marzo 1996, cause riunite 46 e 48 del 1993; id., 23 maggio 1996, causa C-5/1994)” (C.S., IV Sez., 14.06.01, 3169, punto XI della motivazione)

Secondo parte della dottrina (su tutti R. CARANTA), dalla sentenza 500/99 risultano desumibili alcuni corollari di non trascurabile importanza.
Tra essi, in particolare, quello secondo cui la colpa della P.A. non è configurabile nei casi in cui la condotta dell’agente sia caratterizzata da un errore scusabile, nel senso che l’illegittimità è il frutto di un errore non rimproverabile (si cfr. anche C.S., Sez. V, 06.08.01, n. 4239; Sez. IV, 14.06.01, n. 3169).
Per la determinazione delle ipotesi in cui l’errore può ritenersi scusabile, la citata dottrina tende a rifarsi ai risultati raggiunti dall’elaborazione dottrinal-penalistica in materia di “errore di diritto scusabile-non rimproverabile”, di cui all’art. 5 c.p..
La quantificazione del danno.

L’orientamento prevalente della dottrina e della giurisprudenza più recenti, circa la questione della quantificazione del danno subito dall’amministrato in virtù dell’atto amministrativo illegittimo, sembra essere nel senso dell’applicabilità degli artt. 1223, 1225 e 1227 c.c..
Trovano dunque applicazione, anche nelle ipotesi de quibus, le regole generali in materia di fatto illecito e risarcimento del danno extra-contrattuale. Tra esse:
– la configurazione del danno subito quale summa di “danno emergente” (o perdita subita) e “lucro cessante” (o mancato guadagno);
– l’estensione del risarcimento anche al danno non prevedibile, solo nell’ipotesi in cui la condotta lesiva sia stata eseguita con dolo;
– la riduzione del risarcimento dovuto, in relazione all’eventuale concorso (doloso o colposo) del danneggiato nel cagionare il danno;
– l’esclusione della risarcibilità di quei danni che l’interessato avrebbe potuto (e quindi dovuto) evitare, usando l’ordinaria diligenza;
– il principio della cd compensatio lucri cum damno, alla stregua del quale, nella determinazione del danno risarcibile, bisogna anche tener conto degli effetti vantaggiosi direttamente derivanti, al danneggiato, dal medesimo fatto del danno.
Va, inoltre, detto che la giurisprudenza prevalente sostiene l’inammissibilità (o, comunque, la non accoglibilità) della domanda di risarcimento danni, presentata al G.A., in assenza della prova specifica della lesione subita (T.A.R. Campania-Salerno, 06.10.00, n. 657; T.A.R. Veneto-Venezia, 06.09.00, n. 1525; T.A.R. Calabria-Catanzaro, 24.07.00, n. 1013 e 29.06.00, n. 887; T.A.R. Emilia Romagna-Bologna, 14.07.00, n. 724; T.A.R. Marche-Ancona, 07.07.00, n. 1048; T.A.R. Puglia-Lecce, 21.04.00, n. 2005; T.A.R. Sardegna-Cagliari, 23.02.00, n. 168).

Il risarcimento in forma specifica.
L’art. 35 del D.Lgs. 80/98 nell’introdurre, per la prima volta nell’Ordinamento giuridico italiano, il principio della “generale risarcibilità dell’interesse legittimo”, ha previsto la possibilità che tale risarcimento avesse luogo (anche) “in forma specifica”(sempre, però, nelle sole materie che ex artt. 34 e 35 del decreto stesso erano state devolute alla giurisdizione esclusiva del G.A.).
Tale principio è stato poi ampliato con l’art. 7 della L. 205/00, il quale ha previsto la possibilità per il G.A. di disporre il risarcimento in forma specifica in tutte le materie rientranti nella sua giurisdizione (anche di sola legittimità).
Il legislatore, peraltro, non precisa la modalità in base alle quali tale particolare modalità di risarcimento deve aver luogo nel caso concreto.
Univocamente si sostiene dunque che, in relazione a tale ultimo profilo, sia applicabile la disciplina civilistica in materia.
Il risarcimento in forma specifica si pone, quindi, come rimedio cui ricorrere su domanda specifica dell’interessato e nei limiti in cui sia possibile e non risulti eccessivamente oneroso, secondo i dettami degli artt. 2058 e 2933 c.c. (si cfr. C.S., IV Sez., 14.06.01, n. 3169, punto XIV della motivazione).
Per quanto concerne, poi, la possibilità per il G.A. di ordinare, attraverso l’istituto del risarcimento in forma specifica, un facere alla P.A., l’orientamento prevalente della dottrina e della giurisprudenza (v. T.A.R. Sicilia – Catania, 18.1.00, n. 38) risulta nel senso di ammettere la possibilità in esame nelle sole ipotesi in cui l’atto ordinato abbia carattere vincolato.
Negli altri casi rimarrà, invece, il solo rimedio del giudizio d’ottemperanza ex art. 27, I co., numero 4), R.D. 26.6.24, n. 1054.

Rapporti tra l’azione di annullamento e quella di risarcimento.
Nel nuovo sistema processuale amministrativo, delineato dalla recente L. 205/00, ci si chiede se risulti possibile svincolare l’azione di annullamento dell’atto amministrativo illegittimo da quella di risarcimento del danno derivante.
Unanime sembra essere l’orientamento generale inerente la possibilità (oggi sicuramente riconosciuta) di richiedere il risarcimento del danno nell’ambito dello stesso giudizio in cui si chiede l’annullamento dell’atto amministrativo illegittimo. Non è cioè necessaria, per l’interessato, una duplice iniziativa giudiziaria, ai fini risarcitori: egli potrà chiedere al G.A. adito a fini demolitori dell’atto impugnato, il risarcimento del danno subito a causa dell’atto stesso.
In omaggio al “principio della domanda” che regge il nostro sistema processuale, è ovviamente necessario che il danneggiato espressamente richieda al G.A. adito, il risarcimento a lui dovuto, non essendo invece possibile che il Giudice, di sua iniziativa, disponga il risarcimento stesso, dopo aver annullato l’atto impugnato.

Altra questione molto controversa è quella della necessità o meno, ai fini del risarcimento, della precedente sentenza di annullamento dell’atto lesivo.
Ci si chiede, in altre parole, se sia possibile richiedere il risarcimento dei danni, indipendentemente dalla richiesta di annullamento dell’atto da cui il danno stesso deriva.
La dottrina e la giurisprudenza prevalenti (v. T.A.R. Puglia-Lecce, Sez. II, 06.11.99, n. 769; T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. III, 20.10.98, n. 2397) sostengono l’assoluta propedeuticità della sentenza di annullamento rispetto alla richiesta risarcitoria.
Tale orientamento (criticato da una parte della dottrina: su tutti, CARINGELLA), trova la sua ratio sia nell’intento di evitare che la via del “risarcimento diretto” possa costituire elemento idoneo ad eludere il termine di decadenza che la legge prescrive per l’impugnazione degli atti amministrativi, sia nella convinzione che il G.A. non può disapplicare l’atto amministrativo ma può solo annullarlo.
È ovvio, comunque, che se il soggetto che assume essere stato ingiustamente leso dall’atto amministrativo, impugna quest’ultimo al fine di ottenerne l’annullamento e il Giudice adito respinge la sua pretesa, egli certo non potrà più far valere le istanze risarcitorie inerenti danni subiti a causa dell’atto amministrativo confermato dal G.A..

E’ ovvio, inoltre, che la pronuncia di annullamento dell’atto amministrativo lesivo, da parte del G.A., non comporta l’automatico insorgere del diritto al risarcimento in capo al destinatario dell’atto annullato.
Come già si diceva in precedenza, è necessario, a tal fine, l’accertamento di tutti gli altri elementi della fattispecie aquiliana.
Tra le altre cose è, cioè, necessario che il destinatario dell’atto abbia subito un danno effettivo e concreto (che abbia, inoltre, il requisito della “ingiustizia”, di cui al paragrafo 2.3.).
A tal riguardo il Consiglio di Stato, in una recente pronuncia, ha affermato che l’art. 2043 “è applicabile mutatis mutandis, anche al danno ingiusto prodotto dalle pubbliche amministrazioni, e che postula, tra l’altro, l’accertamento di un pregiudizio effettivo, patrimonialmente valutabile, che sia collegato da un nesso di causalità immediata e diretta con l’illegittimità del provvedimento amministrativo da cui la lesione sia derivata – con sostanziale trasformazione del risarcimento del danno in una sorta di sanzione patrimoniale il cui versamento consegue, in modo quasi automatico, all’annullamento di un atto amministrativo; laddove è invece necessario accertare l’effettiva sussistenza di tutti gli elementi della fattispecie aquiliana…” (numero 3, ultima parte, motivazione sentenza C.S., Sez. IV, 01.02.2001, n. 396)

Le pronunce.

Prima della sent. 500/99, erano risarcibili i danni derivanti da illegittimo annullamento di concessione edilizia e da illegittimo ordine di demolizione di opere ritenute abusive.

Il TAR Reggio Calabria (10.3.1999 n. 307) ha ammesso il risarcimento del danno sulla base di sentenza del medesimo TAR che aveva annullato un ordine di demolizione di opere edilizie, ritenute parzialmente difformi rispetto alla concessione. Nel caso esaminato dai giudici calabresi, tuttavia, si verteva in materia di diritto soggettivo, e la sentenza di annullamento aveva in pratica riconosciuto il diritto del ricorrente di edificare, posto nel nulla dal provvedimento del Comune e, come tale, fonte di responsabilità risarcitoria diretta ex art. 2043 c.c.. La sentenza si segnala per un’interessante affermazione in materia di decadenza dalla prova, in quanto per la quantificazione del danno è stato ritenuto sufficiente che l’onere probatorio sia assolto entro la fine del processo, e non necessariamente nel momento iniziale dell’instaurazione del giudizio.

Lo stesso Tar Calabria (12.5.1999 n. 617), chiamato a risarcire il danno a seguito di annullamento giurisdizionale di ordine sindacale di demolizione e per la precedente sospensione dei lavori, ha affermato la risarcibilità del danno conseguente al fatto dell’inedificabilità per il tempo relativo all’illegittimo ordine di sospensione dei lavori. Il ritardo nell’esercizio del diritto di edificare e nel conseguente godimento del bene casa è stato ritenuto danno in re ipsa, la cui esistenza non dovrebbe essere oggetto di prova specifica. In mancanza di mezzi istruttori sull’entità del danno forniti dalla parte, il Tar ha utilizzato lo strumento dell’art. 35 comma 2 D.lgs. 80/98, ed ha ordinato all’amministrazione di proporre il pagamento di una somma commisurata al valore locativo medio del bene per il periodo intercorrente tra la notifica del provvedimento (sospensione lavori) ed il deposito della sentenza.

Il Tar Bari (sez. II, 17.1.2000 n. 169) ha negato il risarcimento del danno derivante dal diniego di approvazione di un piano urbanistico esecutivo. In particolare, è stato affermato che in materia di interessi legittimi pretensivi, l’effettività e l’entità del danno patrimoniale deve essere commisurato all’entità di potere amministrativo residuo dopo l’annullamento dell’atto illegittimo. Solo in caso di atto dovuto e vincolato vi e’ spazio per il risarcimento del danno dell’interesse pretensivo, nei termini espressi dal contenuto conformativo della statuizione giurisdizionale di annullamento. Al contrario, quando l’emanazione del provvedimento ampliativo sia meramente eventuale, non vi sarebbe spazio per il riconoscimento del diritto al risarcimento. Il tutto sulla base della constatazione che la permanenza in capo all’amministrazione del potere discrezionale all’emanazione dell’atto ampliativo collegherebbe il risarcimento alla mera lesione formale dell’interesse legittimo e non anche all’accertata lesione dell’interesse finale, che potrebbe anche non concretizzarsi in caso di adozione, da parte della PA, di un nuovo provvedimento legittimo sotto il profilo formale e sostanziale, anche se non satisfattivo della pretesa del ricorrente.

La vicenda esaminata dal Tar Catania (sez. I, 18.1.2000 n. 38) prendeva in esame i danni a seguito dell’annullamento, da parte del giudice amministrativo, del diniego di approvazione di un piano di lottizzazione, nel frattempo divenuto inattuabile per la modifica dello strumento urbanistico. In tal caso, l’amministrazione è stata condannata a versare una somma pari alla differenza del valore del suolo secondo l’originaria destinazione ed il valore del terreno secondo la destinazione sopravvenuta. La differenza tra i predetti valori deve essere calcolata tenendo presenti gli indici di edificabilità ed i vincoli presenti nel vecchio e nel nuovo piano. L’entità del risarcimento e’ stata poi ridotta, tenendo conto della possibilità che il nuovo piano non superi il vaglio della Regione e della indennizzabilità dei vincoli alla luce della sentenza Corte cost. n. 179/99.

Il Tar Lecce (sez. I, 16.11.1999 n. 1179) ha ammesso il risarcimento per l’illegittimo ritardo nel rilascio di una concessione edilizia per la costruzione di un albergo. La colpa dell’amministrazione è stata ravvisata nella violazione di norme che impongono la conclusione del procedimento nei termini prefissati ed inoltre è stato ritenuto comportamento colpevole l’aver trascurato i numerosi solleciti del privato e l’iniziativa giudiziaria del medesimo. Il danno è stato quantificato tenendo presenti i maggiori costi dell’investimento e l’aumento delle spese di progettazione. L’art. 35 comma 2 D.lgs. 80/98 consentirebbe, in ogni caso, di supplire alla genericità della domanda. Il termine per l’offerta, da parte dell’amministrazione, e’ stato fatto decorrere dalla comunicazione o dalla notificazione della sentenza che dispone il risarcimento, e non dal suo passaggio in giudicato.

Il Tar Friuli Venezia Giulia (28.3.2000 n. 314) ha invece dichiarato inammissibile la richiesta di risarcimento formulata dai proprietari confinanti con edificio oggetto di rinnovo e convalida di concessione edilizia precedentemente dichiarata illegittima dallo stesso Tar. La richiesta è stata ritenuta generica, in quanto il ricorrente avrebbe dovuto dare piena prova del danno e del suo ammontare, chiedendo l’ammissione degli strumenti previsti dall’art. 35 comma 3 D.lgs. 80/98. A seguito dell’entrata in vigore di tale norma, il ricorrente non potrebbe più confidare nell’applicazione dell’onere del principio di prova, che trova il suo ambito naturale nella giurisdizione generale di legittimità, in considerazione della limitatezza dei mezzi istruttori a disposizione della parte e del giudice.

Sul punto le affermazioni dei giudici triestini sembrano confliggere con quanto ritenuto dal Tar Reggio Calabria (12.5.1999 n. 617, cit. supra), il quale, pur avendo negato ingresso alla CTU per la quantificazione del danno, ha ammesso che tale operazione possa essere effettuata dal giudice in via equitativa in applicazione del procedimento previsto dall’art. 35 comma 2 D.lgs. 80/98. Lo stesso Tar, in una precedente occasione, ha invece ritenuto che il principio dispositivo, nelle controversie in cui e’ parte la PA, subisca un’attenuazione e, comunque, il giudice possa, qualora rilevi l’incompletezza del quadro istruttorio fornito dal ricorrente, invitare la parte ad articolare mezzi istruttori assegnandole un termine e rifissando l’udienza di merito. Il tutto sul presupposto che, analogamente a quanto previsto nel processo civile, l’introduzione del giudizio non rappresenti il termine di decadenza dalla proposizione di mezzi istruttori.

Occorre infine esaminare tre pronunce del giudice civile, che si sono occupate di richieste risarcitorie collegate al ritardo nel rilascio di provvedimenti edilizi.

Il Tribunale di Crema (16.2.2000 n. 28) ha condannato un’amministrazione a risarcire il danno derivante da rilascio oltre i termini di legge di concessione per la realizzazione di un pubblico esercizio (bar birreria). La sentenza si segnala per la severità con cui è stata giudicata la colpevolezza nel ritardo del comune, in quanto e’ stato ritenuto irrilevante il ritardo nel rilascio del nulla osta Usl e quello dovuto alla richiesta di un documento. Ciò in quanto l’amministrazione avrebbe dovuto convocare una conferenza dei servizi, avente lo scopo di farle acquisire “intese, concerti, nulla osta o assensi” (art. 14 comma 2 l. 241/90) e, in genere, per un “esame contestuale degli interessi pubblici coinvolti”. Un temperamento e’ stato riconosciuto in sede di valutazione della colpa, avendo il giudice riconosciuto il concorso del danneggiato nella causazione del danno, sotto il profilo dell’omessa attivazione per ottenere il provvedimento da un commissario ad acta.

Il Tribunale di Busto Arsizio (28.12.1999 n. 1609), la quale ha condannato un Comune a risarcire il danno derivante dall’impedimento illegittimo a concedere in locazione un immobile ad una banca. Alcuni anni prima, l’amministrazione aveva infatti negato ad una socueta’ immobiliare l’autorizzazione preventiva per l’apertura di uno sportello bancario, sulla base delle norme di attuazione del PRG. Il diniego era stato sottoposto al giudice amministrativo, che aveva accolto il ricorso, con decisione confermata in sede di appello. La successiva stipula di un nuovo contratto di locazione con altra banca avveniva però ad un canone inferiore. Il risarcimento, quantificato in una somma superiore al miliardo, e’ stata calcolata tenendo conto del mancato godimento dell’immobile fino alla conclusione dell’ultimo contratto di locazione e del minor guadagno derivante dal corrispettivo inferiore previsto in tale contratto.

Da ultimo, si segnala la pronuncia del Tribunale di Ragusa (27.4.1999 n. 302), che ha quantificato in oltre 4 miliardi il danno derivante dalla sospensione dei lavori e dall’annullamento di una concessione edilizia per la realizzazione di un complesso alberghiero.

  • Avvocato Foro Bologna, scuola specializzazione in scienze amministrative dell’Università degli Studi di Bologna- abstract lezione del 15.4.2003 nell’ambito del seminario “La nuova disciplina in materia edilizia” organizzato da Provincia di Lecce- Agenzia di Assistenza Tecnica agli Enti Locali – Lecce 7,10,11 e 15 aprile.

 

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